Casa dell'Ade.

scritto da Rubrus
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Testo: Casa dell'Ade.
di Rubrus

Sono sicuro che anche dalle vostre parti c’è una Casa dell’Ade.
Se fate mente locale la riconoscerete subito.
È quella casa in fondo alla via, nel quartiere più antico e più ombroso della città, dove la notte sembra arrivare prima che altrove e il mattino più tardi. La strada è quasi un vicolo, incassata tra catapecchie ingrigite e ostili come zitelle, e finisce con un muro sbrecciato; nessuno ci passa per caso.
Casa dell’Ade si trova acquattata là in fondo, un poco rientrata rispetto alle altre: è la più vecchia e l’asfalto malconcio finisce di sbriciolarsi proprio davanti al suo cancello. Oltre, non c’è nessun posto dove andare.
È circondata da un giardino, ma è invaso dalle erbacce; la gramigna cresce rigogliosa, fino ad arrivare al vostro petto e, se ci sono degli alberi, sono morti da un sacco di tempo.
Casa dell’Ade è antica; lo è sempre stata e lo sarà sempre; nessuno si ricorda quando fu costruita e i documenti che la riguardano hanno ingrassato generazioni di tarme comunali.
È anche malconcia: i muri sono scoloriti e scrostati e ai loro piedi si ammucchiano tegole coperte di polvere; le finestre non hanno più i vetri e, a volte, neanche gli infissi e le persiane, mentre il tetto è sfondato.
Malgrado questo è solida.
Anche se l’acqua e il sole penetrano al suo interno, le strutture sono ben salde; il vento la fa rabbrividire e ululare, ma non la scuote mai veramente e le pareti, benché prive d’intonaco, non conoscono crepe. Inghiotte la strada e la luce da prima che nascesse il più vecchio del quartiere e sembra decisa a continuare a farlo.
È cadente, ma non cade mai.
Casa dell’Ade fa paura.
Apparentemente, non c’è nessun motivo: i suoi angoli si stagliano contro il cielo come quelli delle altre case, i mattoni si appoggiano l’un l’altro nel solito modo, mentre le travi si incrociano come in qualunque altro posto.
Eppure Casa dell’Ade fa paura: nessun vagabondo vi si rifugia per trascorrervi la notte, i bambini la tempestano di pietre, ma stando dall’altra parte della via, e nessuno le si avvicina troppo, dopo il tramonto.
So cosa vi aspettate, a questo punto: una bella storia di fantasmi.
Ma, a Casa dell’Ade, fantasmi non ce ne sono.

Il mio socio si sedette sulla mia scrivania, al solito. 
Era il suo modo di dire che si trovava in una posizione elevata.
Aveva l’altra quota della nostra agenzia immobiliare, una moglie, due figli, un SUV nuovo di zecca e un’amante molto discreta da qualche parte. Non aveva tempo per faccende come Casa dell’Ade.
Lo consideravo un uomo molto infelice.
In fondo, gli volevo bene per questo.
«Insomma, crede che sia infestata» mi disse.
Annuii.
«Non esistono case infestate, questo lo sai, vero?».
Lo sapevo, ma sapevo anche che lui me l’avrebbe detto lo stesso.
«Sai perché lo so? Perché nessuno, nella realtà, venderà una casa a un prezzo inferiore a quello di mercato solo perché dicono che sia infestata. Questa è la prova. Lo hai detto a quel pazzo?».
«Avrei dovuto?».
Mike (chiamerò così il mio socio, può darsi che, un giorno o l’altro, questa storia venga pubblicata e non voglio rogne) sogghignò.
«No. Suppongo di no, in effetti. Dipende».
«Da cosa?».
«Steve… (io chiamerò così me stesso e, se non vi va bene, tanto peggio per voi)… non prendermi per un ingenuo… non dirmi che quando Masterson (chiamerò così il cliente, anzi, tanto vale vi dica che chiamerò i personaggi di questa storia coi nomi che vorrò: abituatevi all’idea e tenetela a mente perché non lo ripeterò più) è uscito dall’ufficio non hai fatto un’indagine sulla sua solvibilità».
Annuii. Lo avevo fatto. E sapevo che Mike non si reputava un ingenuo: si reputava un furbo .
In fondo, lo odiavo per questo.
«Però potrebbe funzionare» dissi invece.
Mike si appoggiò allo schienale della sedia.
«Sì» disse alla fine «Nessuno venderà una casa a prezzo inferiore a quello di mercato solo perché dicono che sia infestata… però potrebbe venderla a un prezzo superiore».
Annuii ancora.
Sono un tipo taciturno. Per me parlare è un lavoro, quindi, quando posso, sto zitto.
Mike sogghignò ancora.
«Ci pensi tu, vero?».
Guardai il fermacarte sulla scrivania, quello pacchiano, con dentro una casetta di plastica in un bianco paesaggio invernale di plastica.
Se lo agitavi e poi lo capovolgevi, neve di plastica cominciava a cadere da un cielo di plastica.
Annuii un’altra volta. Come risposta, poteva bastare.

Masterson assomigliava a Vincent Price.
La maggior parte di voi non sa nemmeno di chi sto parlando, quindi vi dirò che il nostro facoltoso cliente era alto, signorile, con folti capelli grigi e ondulati e un paio di baffetti sottili.
Si muoveva con gesti lenti e contegnosi, come se muovere l’aria intorno a lui fosse un comportamento plebeo.
Mi aspettava accanto all’ingresso di Casa dell’Ade, appoggiato a un ombrello ancora chiuso nella sua fodera nera.
Erano secoli che non vedevo fodere per ombrelli e mi irritai. Pensavo che un oggetto simile dovesse starsene chiuso in un museo, accanto a un grammofono e a un paio di ghette bianche, invece se ne stava lì, a servile supporto di uno snob che nemmeno si sognava di dirgli grazie.
Masterson mi tese una mano con degnazione, dopo averla sfilata da un guanto nero.
Forse pensava che anche le sue mani si meritassero una fodera.
Il suo era uno di quegli sguardi che ti bucano e passano oltre, come se non valesse la pena osservarti, perciò non fissai i suoi occhi grigio azzurri come il cielo di novembre sopra le nostre teste.
Guardai invece il muro di cinta della casa: vetusto, coriaceo e compatto.
Sul lato sinistro, accanto ai cardini del cancello in ferro battuto, la mano di un ragazzo, tanto tempo prima, aveva lasciato una scritta.
Non era come quegli scarabocchi che si usano adesso, con lettere sghembe e variopinte che sembrano dipinte con l’LSD.
Non alludeva e non cercava di richiamare l’attenzione.
Non avvertiva neppure.
Informava e basta, in uno stampatello nero, nitido e squadrato e, se non eravate attenti, tanto peggio per voi.
Era una notizia secca ed efficiente, senza tanti fronzoli.
Dopo tanti anni, era ancora al suo posto.
Diceva semplicemente “può accadere qui”.
Già.

Non so se avete letto il racconto di Poe “La caduta di casa Usher”. Se non lo avete fatto, dovreste; non parla di case infestate, ma va bene lo stesso.
All’inizio del racconto, il protagonista ci spiega che, intorno a casa Usher, l’aria è aliena. Non fa parte dell’atmosfera che respiriamo di solito, ma sembra un prodotto della palude, degli alberi scheletriti e contorti, delle pietre muffose dell’edificio. Un’offerta speciale.
Ecco, superato il cancello (che aveva cigolato, come in ogni storia dell’orrore che si rispetti), mentre il morbido cuoio delle scarpe di Masterson, davanti a me, sfiorava appena la ghiaia superstite sul vialetto, io avevo la stessa impressione.
Non lo dissi a Masterson: lui aveva la sua impressione e riferirgli la mia poteva equivalere a contraddirlo e questo, si sa, non si deve fare. Il cliente ha sempre ragione.
E poi, la mia impressione poteva essere sbagliata.
Poteva essere colpa della scritta all’ingresso.
Sia come sia, salimmo tre gradini e ci fermammo nel porticato.
Mentre armeggiavo con la serratura, lasciai che Masterson spaziasse con lo sguardo sul giardino, sugli alberi morti che graffiavano il cielo grigio, sull’erba che, a un languido soffio di vento, aveva ondeggiato per un attimo, come per un inchino beffardo.
Io non ne avevo voglia.
All’interno non c’era luce e ci volle un po’ perché gli occhi si abituassero alla penombra.
Anche quando aprii le due finestre che davano sullo stanzone all’ingresso, le cose non andarono meglio: la luce smorta che entrava sembrava sparire subito, come assorbita dall’aria polverosa. Pensai che non fosse la luce del solito sole, ma che su Casa dell’Ade brillasse un sole speciale.
Non che il panorama da vedere fosse granché: poltrone coperte di polvere, un secretaire acquattato in un angolo, un grande tavolo rotondo ritto su una gamba sola e soffocato da troppe sedie in legno scuro.
Tutto come lo ricordavo.
Mi voltai verso Masterson.
Muoveva lentamente la testa intorno, come un radar pronto a captare un debole segnale, o come un serpente intento a ipnotizzare un uccello invisibile.
Senza interrompere il movimento del capo, mi chiese «Secondo lei, quanti fatti di sangue accaduti qui dentro sono riusciti a tenere nascosti?».
Sublime.
In una sola frase era riuscito a dare per certo che: primo, lì dentro fosse accaduto un delitto o più, secondo, la faccenda fosse rimasta segreta, terzo, ci fosse come minimo un complotto per tenerla segreta.
Mi misi le mani in tasca come uno scolaro che cerca inutilmente di evitare una bacchettata.
Gli avrei dato quello che voleva perché il cliente ha sempre ragione.
«Be’, queste sono cose che di solito non si raccontano ai clienti, ma…».
«Ma?».
«Sarò sincero con lei, signor Masterson (odio questa frase: ho sempre l’impulso di dire: “adesso le racconterò un mucchio di balle” e un giorno o l’altro cederò all’impulso). Non so quanti delitti siano accaduti qui dentro, né quali, ma so per certo che sono avvenuti. Come può immaginare, simili fatti vengono tenuti nascosti, soprattutto quando si cerca di vendere una proprietà immobiliare, così, col tempo, scoprirli diventa quasi impossibile, in special modo se si tratta di eventi… singolari».
Masterson annuì.
Aggiunsi un’aria contrita e allargai le braccia, come a mostrare l’intero, decrepito, triste edificio.
«Il fatto è – e lo avrà certamente notato – che questa casa, malgrado le apparenze, è notevolmente solida e sa perché?» (devi essere amico del tuo cliente, il suo amico speciale e, a lui, in nome della vostra vecchia, solida amicizia, sorta una settimana prima sotto l’egida del libretto degli assegni, devi svelare segreti che non diresti a nessun altro, soprattutto a nessun altro cliente).
Masterson smise di guardarsi intorno e mi dedicò tutta la sua attenzione.
«Perché nessuno viene mai qui. Niente atti di vandalismo. Niente vagabondi. Solo l’usura del tempo e, una volta, costruivano case solide... però nessuno vuole questa casa».
Tacqui quel tanto che bastava per creare la giusta suspence prima della sconvolgente confessione finale.
«Dicono che sia infestata» conclusi.
Masterson inspirò.
Mi sorpresi a chiedermi quali altre cose potessero procurare un piacere simile a quell’uomo. Scoprii che non volevo saperlo.
«Desidererei saperne di più» affermò.
Chinai il capo. Ero il ritratto della sconfitta e dell’umiliazione.
«Mi pare giusto – capitolai – desidera forse vedere le altre stanze? L’avverto però che non potremo salire al piano superiore. Le scale sono traballanti e non posso garantire della sua sicurezza».
«Mi accontenterò del piano terra» rispose invitandomi con la mano a fargli strada.
Fui lieto di precederlo.
E poi, avevo detto la verità.
Le scale potevano reggere il peso di un ragazzo di dodici anni, ma non sapevo se avrebbero sopportato quello di due adulti.
Inoltre anche il ragazzo, a suo tempo, si era fermato sul pianerottolo tra la prima e la seconda rampa.
Lì c’era un tavolino, e, su di esso, un pacchiano fermacarte di vetro, con dentro una casetta di plastica in un bianco paesaggio invernale di plastica.
Ma questa era un’altra storia.

Quella notte rifeci il sogno.
Mi sarei stupito del contrario.
Ero a Casa dell’Ade ed ero solo.
Avevo dodici anni.
Era l’imbrunire, ma dentro era già notte.
Se non credete alle case infestate, provate a entrare in una casa abbandonata, quando fa buio, sedetevi e aspettate. Solo questo. Aspettate.
Sentite gli scricchiolii del legno, i crepitii della pietra. Ascoltate i flebili soffi di vento tra gli infissi cadenti, l’incessante assestarsi del pavimento, gli schiocchi dei mobili che, negli anni, continuano a vivere la loro vita misteriosa. Osservate le ombre che si muovono, l’incupirsi della polvere al lento passaggio delle ore. Percepite le fugaci corse degli insetti, ai margini del vostro campo visivo. Udite gli scalpiccii furtivi dei topi. O forse non sono topi… ma voi non credete ai fantasmi. Soprattutto quando siete fuori di lì.
Io invece ci credevo.
Avevo dodici anni e ci credevo.
E stavo a Casa dell’Ade.
Ero nel salone nel quale mi ero trovato quello stesso pomeriggio e dovevo salire al piano di sopra.
Avevo già aperto la porta che si apriva sulle scale.
Se nel salone era buio, le scale erano tenebra e, a dodici anni, avrei giocato la mia anima immortale sul fatto che quella tenebra era viva… e affamata.
Ma sarei salito. Sarei salito perché lei me lo aveva chiesto.
E io, per lei, avrei fatto qualunque cosa….
A questo punto ebbi la fortuna di svegliarmi; forse il sonno non era ancora abbastanza profondo.
Sapevo che il peggio doveva ancora venire.
Mi alzai e andai in bagno: come al solito, l’incubo non mi seguì.
Aprii il rubinetto e bevvi a lungo, molto a lungo, finché l’acqua non fu così fredda che cominciarono a farmi male i denti.
A questo punto mi alzai e andai alla finestra.
Mi accesi una sigaretta e guardai fuori.
Sapevo che, in quella direzione, nascosta dal quartiere residenziale (no... non pensai “nascosta”; pensai “in agguato”) c’era Casa dell’Ade.
Soffiai il fumo fuori.
Quattrocentocinquantamila.
Cribbio.

«Quattrocentomila» ripeté Mike.
«Quattrocentomila» confermai.
Avevo ridotto di cinquantamila il prezzo suggerito a Masterson. Non sempre si dice tutto al proprio socio.
«È più della metà del valore reale». Mike alzò il bicchiere e brindò con me. «Sei stato bravo» ammise.
«Non ancora» bofonchiai bevendo un sorso.
«Oh… la storia di fantasmi».
«Già. Masterson può essere pazzo, ma non è scemo. Pagherà solo se saprà di qualche tizio avvolto in un lenzuolo che passeggia per le stanze facendo sferragliare catene arrugginite».
Be’, non si era espresso proprio così. Era stato più raffinato e l’aveva presa alla larga. «Lei sa come gli antichi greci chiamavano l’inferno?» mi aveva chiesto.
Eravamo usciti dalla casa e ci eravamo fermati per un attimo sotto un lampione acceso. Si era fatto buio. Masterson stava fumando una sigaretta e non mi ero stupito che usasse il bocchino.
Io avevo negato.
«“Casa dell’Ade” – aveva proclamato Masterson – o, meglio ancora, Casa di Ade, visto che Ade, cioè “L’invisibile” era il nome del dio dei morti. Perché anche i morti dovevano avere una casa, sa? Vasta, tenebrosa, cupa, ma pur sempre una casa. Se non l’avessero avuta, si sarebbero mescolati ai vivi e questo non era bene».
Avevo annuito. Non per il suo sproloquio, ma perché il nome “Casa dell’Ade” mi piaceva.
Lo avrei fatto mio. Sarebbe stato un furto ai danni di quel pallone gonfiato e non sarebbe stato né l’ultimo né il meno grave.
Masterson si gustava la sua sigaretta e la brace conferiva ai suoi lineamenti un bagliore rossastro che non mi piaceva per niente. Il profumo del tabacco, però, non era male.
Con calma, aveva proseguito. «Lei è stato onesto con me, Signor Chase, e io lo apprezzo. Avrebbe potuto tacere sulle dicerie che si narrano su questa dimora, oppure insistere nella banale, prosaica versione secondo la quale sarebbero solo dicerie. Invece ha ammesso la possibilità che possa esistere qualcosa di vero, di ulteriore rispetto a quella che chiamiamo “realtà sensibile”, qualcosa, se mi è consentito dirlo, di spirituale. Forse la sorprenderà sapere che ho un dilettantesco interesse per queste faccende, una sorta di reazione a questo mondo volgare. Così ho deciso di non respingere a priori l’idea di acquistare questa … Casa dell’Ade… sempre che lei possa fornirmi, in proposito, informazioni più precise su di essa, dacché (aveva detto proprio così “dacché”) non è mio costume lanciarmi in speculazioni azzardate. Quanto a tale, vile argomento… mi dica, signor Chase, quale sarebbe, indicativamente, il prezzo?».
«Quattrocentomila» ripeté ancora Mike, assaporando la parola.
Il mio socio pensava che io gli dicessi sempre tutta la verità. Gli volevo bene per questo.
«Mi sembra un buon prezzo per un racconto di fantasmi, non trovi?».
Annuii.
Lo sguardo di Mike cadde sul fermacarte sulla mia scrivania.
«E poi – proseguì – per te non dovrebbe neppure essere difficile, no?».
Ebbene sì, Mike sapeva.
Lo odiavo per questo.

Aveva il viso di una Madonna del Trecento ed era nata per spezzare cuori.
Quando sorrideva mi veniva in mente il dispiegarsi dell’arcobaleno dopo la pioggia d’aprile.
Avevo dodici anni ed ero innamorato di lei.
Se credete che non sia possibile, non cercherò di farvi cambiare opinione.
Tutto quello che so è che, dopo, non è mai più stato così e che non lo sarà mai più.
Si chiamava Eleanor.
“Prendimi qualcosa da là dentro” mi aveva chiesto accennando col capo a Casa dell’Ade.
Eravamo appoggiati a un muro di fronte. Passeggiavamo e se, da qualche parte, avessi visto un cartello che indicava il Paradiso, avrei tirato dritto lo stesso pur di stare con lei.
Così avevo tirato dritto: mi ero staccato dal muro, avevo attraversato la strada e, giunto davanti al cancello di Casa dell’Ade, mi ero fermato appena, giusto per dare una rapida occhiata a quella scritta.
Può accadere qui.
Sembrava tracciata dalla mano di un ragazzo.
Dopo, avrei scoperto che avevo ragione.
Avevo attraversato il giardino e, siccome avevo dodici anni, l’erba mi arrivava alla spalla.
Ero anche mingherlino, anzi, a dire il vero, ero così magro da sembrarmi che, se avessero voluto, gli steli ai bordi del vialetto avrebbero potuto ghermirmi e trascinarmi in mezzo a loro, dove l’oscurità era già completa.
Non avevo camminato così piano da lasciarglielo fare, ma avevo raggiunto il porticato e, per un altro, lungo secondo, mi ero fermato davanti alla porta.
Per un breve, speranzoso istante avevo sperato che fosse chiusa, anche se sapevo di sbagliarmi.
Avevo già letto abbastanza storie di fantasmi da sapere che le porte delle case infestate sono sempre aperte.
Casa dell’Ade non faceva eccezione, così avevo spinto ed ero entrato.
Mi ero trovato nel salone e, come sarebbe accaduto anni dopo, era il tramonto.
Dall’ingresso dietro di me entrava abbastanza luce da permettermi di distinguere quel panorama che, per molti anni a venire, avrei rivisto in sogno.
Avrei potuto afferrare il piatto di peltro sul tavolo, o il centrino di pizzo sulla poltrona, o la tromba del grammofono in un angolo, ma lei meritava di più, così avevo fatto qualche passo nel salone.
La porta che conduceva ai piani superiori era aperta e un’ultima lingua di luce lambiva la rampa delle scale.
S’intravedeva un tavolino sbilenco, con le gambe ricurve, appoggiato alla parete come se fosse sfinito.
Sopra era appoggiato un oggetto che, come una gemma incantata, sembrava catturare il vago chiarore alle mie spalle.
Avevo cominciato a salire le scale e, subito, queste avevano iniziato a scricchiolare e gemere come anime dannate.
Non avrebbero retto il peso di un uomo, ma io ero un ragazzino smilzo di dodici anni.
E, fuori di lì, mi aspettava forse il primo bacio.
Avevo superato la porta e avevo continuato a salire.
Ricordo che i gradini erano otto.
Avevo potuto distinguere l’oggetto sopra il tavolino.
Era un fermacarte di vetro.
Ne avevo già visti di quel tipo. Qualche anno dopo, li avrei giudicati pacchiani. Se lo agitavi, una strana neve finta cominciava a cadere all’interno, ricoprendo il paesaggio imprigionato.
Avevo allungato la mano.
Mentre stavo per agguantarlo, un soffio di vento aveva chiuso la porta dietro di me.
Quando mi ero voltato, le scale non avevano scricchiolato più perché, con un solo balzo, mi ero precipitato al piano terra.
Avevo toccato il pavimento e l’intera casa aveva tremato come scrollata da un gigante.
Con un altro balzo avevo superato la porta e l’avevo aperta.
Poi gli spettri mi avevano assalito.
Erano sbucati dalla penombra all’improvviso, con un urlo che veniva dritto dalla terra dei morti. Erano avvolti in bianche vesti fluttuanti, come nei racconti dell’orrore.
Poi avevano cominciato a sghignazzare.
Più tardi avrei riconosciuto Joe, Will e Mike.
Avrei anche capito che era stato Mike a scrivere quel graffito: può accadere qui.
In quel momento sentivo solo una cosa.
L’avrei sentita a lungo, nei miei incubi e, a volte, temo che sarà l’ultima cosa che sentirò prima di diventare io stesso uno spettro.
Era Eleanor che rideva e, per quanto mi riguardava, era l’unica realtà dell’universo.
Non avvertivo il cuore che scorrazzava imbizzarrito dallo stomaco alla gola e viceversa.
Non vedevo gli altri che si erano tolti le lenzuola di dosso e mi prendevano a pacche sulle spalle.
Non sentivo nella mia mano il fermacarte di vetro.
Non sentivo neppure il caldo e l’umido nei pantaloni.
Perché, a dirla tutta, il vostro intrepido narratore se l’era fatta addosso.

«Lei sa che cosa sia una casa, signor Chase?».
Una delle poche cose che mi piacevano di Masterson era che metteva i congiuntivi al posto giusto.
Eravamo in agenzia, dove il nostro dovizioso cliente aveva chiesto d’incontrarmi.
Era tardi e sapevo che il telefono non avrebbe squillato. Per sicurezza avevo spento anche il cellulare. Avevo pure spento il computer e tolto ogni pratica dalla scrivania, dove, ora, si trovavano solo una lampada da tavolo, due tazze vuote di caffé, un bloc notes e una penna.
Non so bene perché, ma avevo tolto il fermacarte di vetro.
«Una casa è quel posto dal quale non ti allontani mai troppo» risposi.
Mi morsi subito la lingua: sapevo che Masterson non avrebbe gradito.
Un chiudersi deciso di palpebre, come una porta sbattuta, me lo confermò, ma ormai era fatta.
«Una definizione da prendere in considerazione – mi concesse il mio sdegnoso ospite – Io sono vecchio, signor Chase e, dopo un lungo peregrinare, ho deciso di stabilirmi nella vostra incantevole città. La disturba il fumo?».
Senza attendere risposta, aveva estratto un portasigarette d’argento, aveva preso un’altra di quelle sigarette profumate e l’aveva accesa con un fiammifero in legno.
Con calma, aveva tirato qualche boccata.
«Tuttavia, non desidero abitare in una casa senza storia. La maggior parte della mia esistenza, una parte invero considerevole, appartiene al passato e non mi troverei a mio agio in uno di quegli orridi cubicoli moderni. Peraltro (qualche altra boccata di fumo) desidero conoscere tutta la storia di quella che potrebbe diventare la mia dimora. Tutto Signor Chase».
Non mi piaceva come pronunciava il mio nome. Sembrava che lo stesse masticando, anzi, che lo stesse gustando.
«In particolare le cose che non si dovrebbero sapere» aveva concluso.
Aveva tirato le ultime boccate e, dopo aver cercato con lo sguardo un posacenere, aveva spento la sigaretta, ancora intera per metà, nella tazzina di caffé.
Mi aveva fissato.
«Lo farà per me, Signor Chase?».
«Naturalmente» avevo risposto.
Il patto era stretto.

«Sai qual è la miglior definizione di casa infestata?».
Era un periodo in cui tutti sembravano avermi preso per un concorrente di quiz.
«Spara, Mike» sospirai.
«Casa con una storia terribile. Sai chi lo ha detto?».
«Stephen King». Non ero dell’umore giusto. Quella notte avevo rifatto il sogno, ma non mi ero fermato al punto in cui entravo a Casa dell’Ade. Ero arrivato al momento in cui mi accorgevo di essermela fatta nei calzoni. Per fortuna, non era ancora la parte peggiore.
«Già».
Mike era rimasto male. Non si dovrebbero dire certe cose al proprio socio. 
«Me lo ha detto Beth». Beth era –è – la moglie di Mike. «Lei va pazza per quella roba».
King piace anche a me e Mike lo sapeva.
Ecco, queste sono cose che un socio può sapere.
Se è un buon socio, se ne ricorda e Mike, ogni volta che usciva un libro di King, me lo regalava.
In fondo, gli volevo bene per questo.
«E allora?» domandai. Dovevo gratificarlo di una risposta.
«E allora prendi qualche suo libro e scopiazza qualcosa no? sei tu quello col talento narrativo».
«Qui è tutto da inventare» sbottai.
Nel farlo, spazzolai con la mano la scrivania e un paio di fogli caddero per terra.
Mi accorsi solo allora che non avevo rimesso a posto il fermacarte.
«Eppure, da ragazzi ci faceva tanta paura…» mormorò Mike sedendosi al suo posto.
«Una casa è una casa. Mattoni, cemento, vetro, legno, metallo. E la gente che ci vive».
«Come siamo diventati cinici».
Mi alzai.
«Dove vai?».
«In conservatoria. Se devo inventare una storia di fantasmi, devo basarmi su più fatti concreti possibile. Dati verificabili, insomma, e i documenti che riguardano il vecchio quartiere residenziale non sono stati mai trasferiti su file, quindi devo esaminare fisicamente i registri. Poi farò un salto in emeroteca e in biblioteca, e forse anche in tribunale. Masterson farà dei controlli; non so perché, ma sono sicuro che li farà».
Mi misi la giacca.
«E stasera faccio un giro nel vecchio quartiere. Forse smaltirò un po’ di cinismo per strada».
«Steve..?».
«Eh?».
«Prendi la pistola. Ti conosco. Vagabonderai e finirai per perdere la nozione del tempo. Quella non è una bella zona, non lo è mai stata e non lo sarà mai».
Il mio socio che si preoccupa per me. Commovente.
Detesto girare armato e dimentico nel cassetto la mia vecchia 38 anche quando non dovrei. Si chiama lapsus freudiano.
Mike lo sa e me lo ricorda. Di solito quando porto la valigetta dei contanti per i pagamenti in nero. Stavolta, invece….
«Ah, Steve».
«Sì?».
«Puoi dire a Beth che starò fuori città tutto il weekend per lavoro?».
Ah, ecco.
«Certo».
«Sai com’è...».
Sì, lo sapevo.
«Dille che torno a casa appena posso, però».
«Contaci».
La casa è quel luogo da cui non ti allontani mai troppo.

Mediatore è colui che mette in contatto due o più parti per la conclusione di un determinato affare.
Nella prassi ci chiamano agenti immobiliari, ma la definizione più corretta sarebbe “mediatori”.
A noi però non interessa.
Non c’interessa nemmeno quale sia l’affare per il quale mettiamo in contatto le parti.
Gli affari sono affari, come dice sempre Mike, che ama essere originale, e tanto ci deve bastare.
Quasi sempre è così.
Quasi.

Pioveva.
Di solito la pioggia mi concilia il sonno, ma quella volta era diverso.
Ero alla finestra e guardavano le gocce correre lungo il vetro in percorsi tortuosi, come disputando una loro imperscrutabile gara.
Beth si avvicinò e mi cinse le spalle.
«Non vieni a letto?» mi chiese.
Avrei dovuto. Era il letto più morbido del mondo: le coperte erano calde e avvolgenti, le lenzuola soffici e carezzevoli, impregnate del profumo di Beth. Un cuscino di rose.
Avrei dovuto andare a letto, abbracciarla e dormire.
Anche se il sogno fosse tornato, accanto a lei avrei potuto sopportarlo.
Avrei potuto tirare avanti, ancora per un po’.

Casa dell’Ade non si chiamava così, ovviamente.
Non aveva neppure un nome vero e proprio.
Era stata costruita negli ultimi decenni dell’Ottocento e conservava gli spioventi, i doccioni e gli abbaini del periodo vittoriano.
C’era anche una specie di torretta che, nell’intenzione dei costruttori, avrebbe dovuto spaziare sulla campagna circostante.
Nel ’29 la famiglia era andata in malora e la casa era stata messa all’asta.
Poco a poco, negli anni trenta, la città le era cresciuta attorno come muffa.
L’ultimo dei proprietari l’aveva ricomprata, forse con l’idea di trasformarla in albergo, ma aveva fatto appena in tempo a compiere qualche intervento che aveva dovuto partire per il fronte asiatico, dove era morto. Con lui la famiglia si era estinta.
Dopo la guerra, per qualche tempo, la casa aveva accolto un paio di famiglie di reduci e, negli anni ’60, vi si era stabilita abusivamente una comunità hippy.
Il Comune aveva acquisito nuovamente la proprietà e se ne era disinteressato fino ai primi anni ’80, quando Casa dell’Ade aveva cominciato a passare da un’immobiliare all’altra.
Nell’85 un antiquario aveva cercato di aprire una specie di mostra permanente, ma tutto era andato all’aria in pochi mesi e, da allora, la casa era rimasta deserta.
A dodici anni non potevo saperlo, ma gran parte del mobilio e degli oggetti che si trovavano all’interno risalivano a quell’epoca.
Una finzione, insomma.
Niente morti misteriose.
Niente fantasmi.
Niente magia.
Solo affari.
Quattrocentocinquantamila.
Cribbio.

Nel sogno, i dimostranti si muovevano al rallentatore.
Io osservavo le loro facce distorte, i loro pugni alzati, i cartelli branditi, gli striscioni sventolati.
A farmi paura, però, erano quelli mascherati e vestiti integralmente di nero.
Black block.
Erano spuntati di colpo in mezzo alla folla come cellule tumorali in un corpo sano.
Ci avevano colto di sorpresa e, in un istante, ci eravamo resi conto di essere troppo pochi e male equipaggiati.
C’era stato qualche secondo di silenzio e io avevo visto i miei colleghi alzare gli scudi in plexiglas e impugnare i manganelli nella consapevolezza dell’inutilità di ogni resistenza.
I black block avrebbero attaccato nascondendosi tra i dimostranti normali, facendosene scudo, e poi sarebbero scomparsi di nuovo nella massa indistinta e urlante, in attesa della prossima occasione propizia.
Il silenzio si era rotto di colpo, come una diga che crolla, e la folla si era mossa.
Erano comparse le molotov.
Una aveva colpito alle gambe il poliziotto accanto a me e subito il fuoco lo aveva avvolto.
Probabilmente non era un tiro voluto, ma Henry – si chiamava così – si era acceso come un cerino e si era buttato per terra urlando.
La folla aveva fatto ala e il black block era rimasto isolato.
Nel sogno, l’istante in cui ci fissavamo negli occhi, prima che io estraessi la pistola e facessi fuoco, sembrava eterno, poi tutto tornava a velocità normale.
La folla si disperdeva, i miei colleghi portavano via Henry e io mi avvicinavo alla figura a terra, anche se, ancor prima di raggiungerla, capivo che era una donna ed era morta.
Lo capivo mentre i suoi occhi azzurri mi guardavano intanto che il sangue rosso si disperdeva sull’asfalto grigio sotto la tuta nera.
Io la conoscevo.
Aveva il viso di una Madonna del Trecento ed era nata per spezzare cuori.
E io l’amavo.

Come sempre, quando il sogno arrivava fino in fondo, Beth accese la luce e mi guardò in silenzio.
Aspettò a lungo, prima di mettermi una mano sulla spalla, poi chiese: «È passato?».
«Sono un po’ stressato, ultimamente», ammisi.
«C’è qualche affare grosso in ballo, vero?».
«Non immagini quanto, Beth».
Lei si alzò e indossò una vestaglia.
La sentii andare in cucina e scaldare del latte.
Pioveva ancora.
Quando tornò, ero del tutto calmo. Sapevo che, dopo Casa dell’Ade, il sogno si sarebbe trasferito alla manifestazione di dieci anni dopo e alla morte di Eleanor.
Era sempre così e speravo che, un giorno o l’altro, mi sarei abituato.
E poi, non era il sogno la parte peggiore.
Beth mi porse la tazza.
«Potrebbe essere l’occasione buona» disse.
Si raggomitolò accanto a me, fissando anche lei i vetri rigati dalla pioggia.
«Potrei lasciare Mike e anche tu potresti sciogliere la società. Potremmo lasciare tutto questo».
Si guardò intorno. Casa sua era arredata con gusto. Era lei, ad avere i soldi, tra i due. Aveva i soldi e il gusto. Si meritava qualcosa di meglio di Mike. Diamine, si meritava qualcosa di meglio di me.
«Non l’ho mai sentito… mio. Non ho mai avuto niente di mio, in fondo. Neanche tu sei mio, del resto».
«Mi dispiace». Non avevo di meglio da dire.
«Non importa. Anche questa casa. Era dei miei, non mia. Mi sono sempre sentita un'ospite. Una che se ne può andare in qualunque momento e senza rimpianti. La casa, invece, è quel luogo dal quale non ti allontani mai troppo».
Già.
«Mi dispiace» ripetei.

Aveva smesso di piovere.
Stavo tornando a casa.
Nel farlo, avevo preso la strada più lunga: quella che passava davanti a Casa dell’Ade. Era lì che mi trovavo, ora.
La via era deserta, ma non avevo paura: avevo seguito il consiglio di Mike e avevo con me la pistola.
Non quella d’ordinanza, quella no, ma non avevo avuto problemi a farmi rilasciare un nuovo porto d’armi.
L’inchiesta mi aveva assolto da ogni responsabilità: era stata legittima difesa.
Quando avevo lasciato la polizia non mi avevano dato una medaglia, ma nemmeno impresso un marchio indelebile.
Guardavo il profilo di Casa dell’Ade.
Il cielo aveva quella luminosità effimera che, in città, si vede di rado, solo dopo la pioggia. La luna scivolava sul tetto e qualche riflesso rimaneva impigliato nelle tegole, che lo restituivano in un labile brillio d’argento.
Se da casa tua non ti allontani mai troppo, allora casa mia era Casa dell’Ade.
Ci ero tornato spesso, negli anni.
Oh, avevo girato parecchio, se è per questo: ero stato a Petra e Ayers Rock, a Reykjavik e a Bombay, sulle Alpi e su un atollo nel Pacifico… ma ero tornato sempre lì. Una notte dopo l’altra. Un sogno dopo l’altro.
Era casa mia.
E Mike me l’avrebbe portata via.
Nessuno l’aveva voluta, negli anni, ma, alla fine, il momento era venuto.
Mi appoggiai a un muro (sì, era lo stesso muro, avete indovinato, contenti? – stavolta però ero solo; lo ero sempre stato, da allora), mi accesi una sigaretta e la guardai. Povero, innocuo spauracchio. Meno spaventoso di una “casa delle streghe” al Luna Park. Più fragile di una casetta di plastica dentro un fermacarte.
Casa dell’Ade (che si chiamava così senza saperlo), apparteneva, al momento, alla Esquire Real Estate. La Esquire Real Estate (niente più che un indirizzo internet e una scrivania) era partecipata, al 51%, dalla Major Houses. La Major Houses, che, per il momento, aveva sede alle isole Cayman, era a sua volta controllata dalla Sullivan Enterprises. La Sullivan Enterprises era una piccola galassia di società tutte rette, con un patto di sindacato, dalla famiglia Sullivan. E Beth Sullivan era la moglie di Mike.
Sì, avevo fatto qualche ricerca in conservatoria… e in camera di commercio, in tribunale etc.
L’avevo detto a Mike e lui me lo aveva lasciato fare; si fidava di me: ero il suo socio.
Commovente, no?
Quattrocentomila – o quattrocentocinquantamila, a questo punto non aveva più molta importanza.
Davvero commovente, nel senso etimologico che ti fa muovere qualcosa dentro.
Così ero andato avanti a muovermi: dietro Masterson.
Il mio sdegnoso amico aveva detto il vero: aveva peregrinato alquanto. Capita, quando hai la polizia alle calcagna. I poliziotti, poi sono fatti così: sono un po’ ottusi, poco aperti di mente. Qualcuno, per esempio, pensa che truffare il prossimo asserendo di essere un mago sia illecito. Sono così ottusi e materialisti da credere che l’intera faccenda sia una montatura, una posa per i tuoi traffici, una mascherata, come il bocchino per le sigarette o la fodera dell’ombrello. Per fortuna sono così ottusi da non riuscire a montare, in trent’anni, un’accusa decente, vero Masterson?
Be’, sì, avevo fatto anche qualche giro in emeroteca e in biblioteca.
Forse Mike pensava che fosse una colossale perdita di tempo, ma aveva avuto il tatto di non commentare. Del resto, glie lo avevo detto.
Non gli avevo detto quello che avevo trovato, questo no.
E poi, Mike non avrebbe capito.
Lui non si svegliava d’improvviso al ricordo di ragazza col viso di una Madonna del Trecento e che era nata per spezzare cuori.
Non gli succedeva di sognare gli occhi azzurri di quella ragazza che si facevano freddi sull’asfalto grigio, mentre, intorno, il sangue rosso si allargava.
Non gli capitava di domandarsi ogni volta, al risveglio (e, signore e signori, casomai ci fosse bisogno di dirvelo, era quella la parte peggiore): “Sei sicuro di non averla riconosciuta prima, Steve?”.
No, Mike non se lo sarebbe domandato. Non più di quanto gli sarebbe capitato di domandarsi che cosa avrebbe fatto Masterson dopo aver acquistato quella casa.
Mediatore è colui che mette in contatto due o più parti per la conclusione di un determinato affare.
L’affare, in sé e per sé, è affare delle parti.
Avrei potuto fargli avere i documenti, gl’indizi, le dicerie, che avevo raccolto in un faldone: non sarebbe servito a nulla.
Mike avrebbe venduto Casa dell’Ade.
Anzi, l’avrebbe venduta Beth, che era consapevole di possederla tanto quanto era consapevole del fatto che Mike avesse un’amante: un’informazione scomoda, ma tutto sommato, irrilevante.
Mike non era suo. E non lo ero io.
E nemmeno Casa dell’Ade.
No, credo che neanche Beth avrebbe capito.
Non avrebbe capito che non mi bastavano una casetta di plastica in un fermacarte di vetro e quattrocentomila dollari su un conto estero (o quattrocentocinquantamila, se è per questo).
Non avrebbe capito che, da qualche parte, un ragazzo di dodici anni ancora aspettava il primo bacio.
Beth avrebbe venduto Casa dell’Ade, Mike ci avrebbe guadagnato e Masterson l’avrebbe… profanata.
Fine della storia.
Finii anche la sigaretta, la spensi sul marciapiede e presi il cellulare.
Albeggiava.
Avevo una lunga giornata, davanti.

La storia è tutta qui, in questo faldone posato sulla scrivania, nell’angolo sinistro. È grigio e smangiato e le fettucce sono mezze sbrindellate. Puzza di polvere.
Alla mia destra si trova la pistola. L’ho lucidata e ingrassata.
Di fronte ho il portatile sul quale ho scritto queste righe. Il suo bagliore azzurrino è l’unica luce nella stanza. Presto lo spegnerò e mi alzerò.
Andrò a Casa dell’Ade, dove Mike e Masterson mi stanno aspettando.
Saliremo assieme le scale, anche se siamo tre adulti e io non sono più smilzo come un tempo.
Non so se riuscirò ad arrivare al pianerottolo e a rimettere al suo posto il fermacarte di vetro, quello dove, se lo agiti, una neve finta cade su una casa finta.
In ogni caso, ce l’ho con me.
Vi ho detto, all’inizio, che a Casa dell’Ade fantasmi non ce ne sono.
Forse è il momento di rimediare.

Casa dell'Ade. testo di Rubrus
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